lunedì 13 giugno 2022

Bring it on, una meraviglia irriverente tra sentimenti e acrobazie

Diciamo subito che questo BRING IT ON, secondo appuntamento con il Summer Musical Festival della BSMT,  è una meraviglia da vedere. Se gli artisti di teatro musicale sono normalmente una triple threats, questo Cast è una sorta di quadruple threats, perché oltre a cantare, ballare e recitare è in grado di eseguire elaborate routine che culminano in formazioni torreggianti e piramidi umane dopo spettacolari salti mortali. 




Pur avendo un taglio leggero, è probabile che gli appassionati di teatro musicale rimarranno sorpresi dal pedigree di molti dei creatori di questo musical: le musiche sono di Tom Kitt, il compositore vincitore del Premio Pulitzer per NEXT TO NORMAL, e di quel Lin-Manuel Miranda dei pluripremiati IN THE HEIGHTS e HAMILTON, le liriche sono del suddetto Miranda e di Amanda Green, figlia del grande Adolph Green; il libretto è opera di Jeff Whitty che ha portato a casa un Tony per il musical satirico AVENUE Q. 


Il materiale artistico, alternativamente irriverente e sentimentale, è diviso tra due High School in competizione: la compassata Truman e la più anticonformista Jackson, dove tutti possono "Do Their Own Thing". Kitt affronta la Truman, Miranda, con liriche da cui si intuisce subito il suo marchio di fabbrica, la Jackson. Questo dà un interessante elemento di disarticolazione all'intero lavoro (un plauso all’ottima direzione musicale di Roberto Tomassoli), ed è intrigante cercare di individuare quale creativo ha affrontato quale numero, ad esempio a volte cogli un accenno di HAMILTON: "Friday Night, Jackson" ha gli "hey" di "Helpless", mentre "It's All Happening" ha un'aria di "The Schuyler Sisters". 

Eugenio Contenti, che si è occupato della regia e delle spettacolari coreografie, con l’imprescindibile assistenza della sorella Silvia Contenti, ha visto la competizione tra ragazze come una sottile metafora della società odierna e ha dato al musical un ritmo serrato cercando (e riuscendo!) a mostrare la storia delle cheerleader come veicolo per raccontare alcuni temi nei quali chiunque nel pubblico potrà rispecchiarsi quali amicizia, tradimento, accoglienza, rischio dell’omologazione, consapevolezza del proprio potenziale. 

Sveva Petruzzellis, brillantemente calata nel ruolo, interpreta con un vivace senso di determinazione e profondità graduale la capo cheerleader Campbell; la nostra eroina è pronta a guidare la squadra della sua scuola in competizione quando viene trasferita alla Jackson, che, disastrosamente, non ha una squadra di cheerleader. Questa è ovviamente una notizia devastante per lei ma ottima per tutti noi visto che lo spettacolo sale di livello con un eccitante groove musicale quando Campbell inizia a mescolarsi con gli studenti più tosti della Jackson, tra le quali Danielle, la capo della crew di ballo hip-hop della scuola. In questa fase la mano di Miranda emerge in primo piano e la sua capacità di produrre astuti rap in rima guida le sequenze più propulsive dello spettacolo, incluso un delirante numero in cui Campbell dimostra la sua volontà di entrare nella crew e, soprattutto, all'inizio del secondo atto per lo show-stopper "It's All Happening", che ha l'inconfondibile senso del momento e l'atteggiamento verso l'alto di Miranda! Questo numero racconta come Campbell convince Danielle (una superba Vittoria Sardo che fornisce impulso e si trova esattamente nel cuore emotivo della conflittuale amicizia) a creare una squadra di cheerleader a cui Campbell si unisce per competere contro i suoi vecchi compagni di scuola guidati da Eva (a cui Alice Borghetti regala una vivace e geniale malvagità da applausi a scena aperta), l'ex pupilla di Campbell i cui intrighi l'hanno portata in cima alla piramide del tifo della Truman.

 


BRING IT ON corre allegramente attraverso diverse sottotrame, forse un po’ prevedibili, sul legame attraverso il divario sociale. Campbell, è improvvisamente l'estranea goffa, ansiosa di adattarsi, mentre la sua collega di quartiere, la paffuta Bridget (un'accattivante Chiara Bonfrisco), scopre che il senso della moda stravagante che la emarginava alla Truman le dà un po' di prestigio da strada alla Jackson. Il libretto di Whitty ha il buon senso di prendere in giro le dinamiche narrative ben consunte del musical. Mentre lo spettacolo si avvicina all'inevitabile happy end, Skylar (la brava Valentina Pini dallo spirito cattivo ma spassosa e impertinente), soddisfatta di sé, riflette: "Oh mio dio, ognuno di loro ha superato tutto questo con una crescita personale, ma io sono esattamente la stessa persona di un anno fa". Con un sorriso luminoso, aggiunge: "Oh bene! Mi piaccio. L'ho sempre fatto".


Alessandro Caria 

L'affascinante simbolismo di Bernarda Alba

 La scorso 2 giugno 2022 ho avuto modo di rivedere il musical BERNARDA ALBA, primo appuntamento del Summer Musical Festival 2022 della BSMT. Lo spettacolo fu già presentato al Parco di Villa Angeletti nel 2017 mentre stavolta la location è quella del Bologna Open Air Theatre. Saverio Marconi è tornato a digerire questo lavoro e se mai ci fosse un momento giusto per una rivalutazione dell'ultima opera di Federico García Lorca – scritta come baluardo contro la marea dell'estremismo di destra che si stava diffondendo in tutta Europa, poco prima di essere giustiziato dalla milizia fascista nel 1936 – doveva essere adesso! Il genio di García Lorca è stato quello di collocare la politica nell'arena domestica, dimostrando come i fallimenti di una singola famiglia possano riflettere il destino delle nazioni. 



La matriarca vedova Bernarda (resa con il giusto tono da un'ottima Mariachiara Di Giacomo) fissata da idee di onore e decoro, gestisce la sua casa come una dittatura e imprudentemente rinchiude le sue figlie nubili dopo la morte del marito, sottoponendole a un regno di terrore domestico basato sullo status, l'autorità e gli imperativi della vita rurale che si “autoavverano”. Come sottolinea Martirio, la più fatalista delle sorelle: «La storia ha l'abitudine di ripetersi. Questa è tutta la vita: le cose si ripetono». Saverio Marconi ha colto sapientemente il potenziale nella storia di BERNARDA ALBA, con una regia attenta ai simboli: l’acqua (se scorre è vita, se ristagna è morte), il calore (il caldo opprimente come disagio esistenziale delle figlie), il cavallo (la passione scalpitante, l’istinto irrefrenabile) e il verde (la libertà trovata o nella follia o nella morte) e in particolare riesce a infondere quell'aura ipnotica di fatalismo che mantiene il pubblico inchiodato. Le protagoniste, tra cui spicca l'intensa Adela di Chiara Perri, sono scenicamente “rinchiuse” in un perimetro fatto di pietre, a sottolineare uno spazio lirico ed astratto ma anche arcaico all'interno del quale vige l'immobilismo nei confronti dell'autoritarismo, della religiosità ipocrita, della repressione sessuale. I novanta minuti dello spettacolo mostrano inequivocabilmente ciò che può accadere alle donne quando vengono private della possibilità di perseguire ciò che viene naturale con il sesso opposto. Molto di ciò che è implicito nel testo di Lorca è reso rumorosamente e ripetutamente esplicito. I membri del cast, di sole donne eccetto l'Uomo del sogno, le vediamo sbattere i piedi, far scorrere i palmi delle mani sulle anche, emettendo rumori stridenti suggerendo animali in calore e cantando solennemente che i loro dolori non sono i dolori della fame e tutto ciò è chiaramente evidenziato dai movimenti coreografici pensati da Gillian Bruce a sottolineare la lotta tra quella cappa di claustrofobia e il desiderio di evasione. 


Tutta questa atmosfera minacciosa e opprimente che rende il dramma poetico di Lorca molto più di una pentola a pressione pronta ad esplodere è resa bene dalle musiche cupe e intrise di flamenco di LaChiusa, in perfetta sintonia con le passioni crescenti delle sorelle frustrate, che vedono il loro futuro scivolare via mentre cuciono i corredi di cui non avranno mai bisogno. Ci sono momenti in cui LaChiusa trova il modo di usare la partitura per scavare nella vita interiore delle donne e renderla visibile. La musica, superbamente suonata da un Ensemble finemente coordinato e guidato da Maria Galantino, è fatta di guaiti punteggiati; le ondeggianti note sostenute in tonalità minori; i labirintici percorsi musicali interiori; le eruzioni nell'asprezza antimelodica – queste sono tutte più roba da opere da camera della metà del XX secolo che da tradizionali melodie da spettacolo Broadway style. Sempre ottima la direzione musicale di Shawna Farrell.

Alessandro Caria

giovedì 5 maggio 2022

TURANDOT, AL REGIO L’INTRIGANTE ENIGMA FANTASY FIRMATO BERNÀCER E PODA.

 

TURANDOT, AL REGIO L’INTRIGANTE ENIGMA FANTASY FIRMATO BERNÀCER E PODA.

Sarà per l’esotismo da cineserie o per un certo gusto fantasy e fiabesco, ma Turandot si presta più di altre opere ad allestimenti kitsch. Per questo si fa apprezzare particolarmente l’allestimento in scena al Teatro Regio di Torino, a cura – per tutti gli aspetti registici e visivi – di Stefano Poda, che incastona l’allestimento, di rara pulizia, eleganza ed equilibrio lineare, in una quadratura monocroma, raramente interrotta da rari sprazzi di colore, come il rosso della gonna della protagonista, e impreziosita da varia attrezzeria dal fascino simbolico: sfere, caschi, lance, archi e frecce. Ma l’elemento più dirompente, innovativo e caratterizzante di questo allestimento è senz’altro l’apparato coreografico, sempre firmato da Poda, che impegna il validissimo ensemble di ballerini in configurazione laocoontiche, difficili movimenti a canone, vere e proprie sculture umane di candidi corpi nudi a sottolineare la magmatica partitura pucciniana ed esaltarne la modernità.


                



Ci sorprendiamo a innamorarci, come fosse la prima volta, dalle ammalianti note della Turandot, che come le sirene di Ulisse ci trascinano in un mondo altro: ecco perché possiamo parlare pienamente di fantasy. Al posto di un armadio magico, di un binario fatato, di un anello dai poteri sovrannaturali, la musica di Puccini ci trasporta sin dalle prime, struggenti note, in una Cina fantastica, un crudele regno in cui l’amore si paga con la morte, in cui per ottenere la mano di una perfida principessa imperiale bisogna risolvere tre impossibili enigmi. Ci riuscirà il principe Calaf, che ribalterà il gioco degli indovinelli offrendo alla riluttante promessa la possibilità di evitare il matrimonio scoprendo il proprio nome. 

           

Il pericoloso gioco d’amore avrà una vittima sacrificale: la sua fedele e innamorata schiava Liù rifiuterà di rivelare il nome del principe e pagherà con la vita la sua devozione. Lo stesso Puccini riteneva l’intenso coro funebre in suo onore la migliore conclusione del dramma, anche se in alcune versione si preferisce un finale spurio con le nozze dei protagonisti. 

                

Melodramma di amore, morte ed enigmi quindi, ma l’enigma più inestricabile ce lo lancia il compositore, immergendoci in sonorità che ci avvincono e ci lasciano interdetti per come l’estasi estetica si sposa all’efficacia drammaturgica. Non manca il dispiegarsi potente della melodia, come nella celeberrima Nessun dorma, ma è nei momenti meno noti e più rarefatti che si dischiude la meraviglia, come in un prezioso scrigno. 

                

Così come non mancano, nella tavolozza dei toni scenici, la comicità cinica dei tre ministri Ping, Pang e Pong (i bravi Simone Del Savio, Manuel Pierattelli e Alessandro Lanzi), che questa regia mostra indaffarati a imbalsamare i defunti pretendenti falliti, in una scena dal gelido humour inglese.
Ottimo tutto il cast, con punte di emozione e acclamazione per il pathos e la voce cristallina della Liù di Giuliana Gianfaldoni, come per la potenza solo un po’ tetragona di Mikheil Sheshaberidze (Calaf), e la malia dell’algida Turandot di Ingela Brimberg. Convincente come sempre l’orchestra del Regio, sotto la guida del piglio brioso e appassionato della bacchetta dello spagnolo Jordi Bernàcer.
Insomma un’edizione fresca, innovativa, in cui il coraggio e il gusto delle scelte artistiche non va a discapito della coerenza e del rispetto nei confronti dell’opera e della partitura, troppo spesso sacrificati sull’altare dell’originalità a tutti i costi. 

Franco Travaglio


sabato 23 gennaio 2021

 

Balliamo (e cantiamo) come Raffaella, contro ogni censura



“Questo è il musical che tutta l'America Latina e l'Italia stavano aspettando”: Nacho Álvarez sintetizza così il suo esordio cinematografico, Ballo ballo, commedia musicale costruita intorno alle canzoni di Raffaella Carrà. 
Il film – una coproduzione italo-spagnola, girato un anno fa tra Madrid, Pamplona e Roma – è ambientato nella Spagna degli anni Settanta, un periodo nel quale la censura dei costumi sociali (soprattutto nelle trasmissioni televisive) era molto rigida.


Dopo aver abbandonato davanti all’altare il suo promesso sposo (Giuseppe Maggio, unico interprete italiano del cast, ndr), María (Ingrid García-Jonsson), una ragazza con la passione per il ballo, torna a Madrid e viene notata, per caso, da Chimo (Fernando Tejero); il regista, nonostante il tipico atteggiamento da “marpione” (con una pettinatura e un look che lo rendono, per certi versi, identificabile con Sergio Japino, ndr),  coglie le potenzialità della ragazza e facilita il suo ingresso nel corpo di ballo di Las noches de Rosa, lo show più seguito dai telespettatori spagnoli. 
Ballando sulle note dei più grandi successi di Raffaella Carrà (che si concede una fugace apparizione nel finale, in stile “Vacanze romane”, ndr), María si innamora di Pablo (Fernando Guallar), che sta seguendo le orme del padre, il temuto responsabile della censura Caledonio (Pedro Casablanc); la ragazza, infrangendo ogni regola, trova il coraggio di cambiare radicalmente la propria vita.
 

Gli innovativi arrangiamenti delle canzoni non ne scalfiscono lo status di hit senza tempo e sono resi ancora più accattivanti – nell’edizione italiana – dal doppiaggio cantato, affidato alle voci di alcuni tra i più riconoscibili performer nostrani di musical: Renata Fusco (che presta la voce ad Ampero, l’amica della protagonista, regalando vibranti interpretazioni di brani memorabili come “Tanti auguri” e “Luca”, ndr), Donatella Pandimiglio (che canta i brani  più celebri, dal “Tuca Tuca, fino a “Festa” e “A far l’amore comincia tu”) e Luca Biagini, a cui è affidato il doppiaggio parlato e cantato di Celedonio, il rigido censore televisivo. 

I temi affrontati (censura, libertà di espressione, pari dignità tra uomo e donna in un contesto professionale), l’ambientazione in un uno show televisivo, le frizzanti coreografie e gli sgargianti costumi strizzano l’occhio - in maniera curiosa e piuttosto evidente - a un altro musical adattato per il grande schermo, ovvero Hairspray.


Destinato, almeno per ora, a causa della pandemia, a un’esclusiva fruizione in streaming su Amazon Prime Video (dal 25 gennaio), Ballo ballo è un godibile jukebox musical, proprio come Mamma Mia! (2008), nel quale canzoni famosissime fanno da cornice o, in questo specifico caso, sembrano prendere per mano una storia che vuole essere un doveroso omaggio a una donna che ha rappresentato il cambiamento, rompendo le convenzioni.

Roberto Mazzone

mercoledì 12 febbraio 2020

LO SKIANTO DI UN’ANIMA ESCLUSA


Per il cartellone dello Stabile di Torino Filippo Timi presenta un toccante e immaginifico monologo sulla disabilità.




Difficile dare una definizione di Skianto, l’ultima fatica dell’attore, autore e regista Filippo Timi, visto alle Fonderie Limone di Moncalieri all’interno del cartellone del Teatro Stabile di Torino. Tra il monologo alla Carmelo Bene, il musical surreale alla Roberta Torre, il contenitore multimediale, l’atto unico si dipana a strattoni e nonostante la durata non eccessiva in molti momenti necessiterebbe di una maggiore cura del ritmo teatrale.
A salvare comunque lo spettacolo è l’interpretazione intensa di Timi, che, sorta di Pinocchio moderno col caschetto, parte in pigiama fluttuando su una cyclette, poi ancheggia da Elvis immaginifico e variopinto, per finire cavalcando da unicorno in peluche.
Il tutto per illustrare le molteplice personalità ambite e nascoste di un ragazzo afasico ma impaziente di distruggere il muro che la disabilità ha posto tra lui e la vita, l’amore, la felicità, la normalità.



Timi, che a volte rompe la quarta parete conversando col pubblico, racconta in dialetto umbro i pensieri più profondi di quest’anima esclusa, quasi a sottolineare che né il pietismo né il buonismo, né l’approccio scientifico o psicologico sono adeguati a capire il dramma interiore di chi ha appiccicato da sempre su di sé il marchio della diversità. L’unica soluzione è capirne l’umanità, scoprirne la disarmante tenerezza e tentare di rispondere alla domanda di affetto e accettazione. Tutti i colori, gli effetti (luci di Gigi Saccomandi, costumi di Fabio Zambernardi), i travestimenti di Skianto (che non a caso ha lo stesso titolo di una trasmissione RAI in cui Timi rievocherà le canzoni di Sanremo e i grandi show del sabato sera) servono a dipingere la ricchezza di un mondo interiore che difficilmente riusciamo a cogliere fermandoci alla superficie della disabilità. Come se fossimo noi, per citare il titolo, a schiantarci contro quel muro.



Meno riusciti i momenti che si alternano alle performance di Timi, le canzoni dell’attore-cantante Salvatore Langella e soprattutto i filmati di gattini, i fotomontaggi e le pubblicità grottesche, materiale tratto dal web di tanto in tanto proiettato in proscenio come siparietto. Hanno il sapore di riempitivi e non completano in maniera omogenea e coerente la messa in scena, pur strappando più di una risata. Servirebbe un aggancio: sono il passatempo del protagonista, un’altra proiezione del suo io creativo, un completamento del suo mondo vagamente freak e volutamente pacchiano?
Rimane il dubbio, ma forse non è del tutto involontaria in un’opera di chiara matrice poetica la volontà di lasciare al pubblico una parte delle risposte, nel tentativo comunque riuscito di trattare in maniera nuova e spettacolare una tematica difficile e spesso affrontata con superficialità.
Franco Travaglio


lunedì 1 luglio 2019

Bonaventura prigioniero nell'isola di Latella


Ha debuttato lo scorso 28 maggio in prima nazionale al Teatro Carignano “L’isola dei pappagalli con Bonaventura prigioniero degli antropofagi” di Sergio Tofano e Nino Rota,
nuova produzione del Teatro Stabile di Torino con la regia di Antonio Latella.
Si tratta di una rivisitazione della commedia musicale con al centro il personaggio simbolo del Corriere dei Piccoli, con l'iconico “milione”, le storiche illustrazioni, e le caratteristiche didascalie in rima, un sorta di fumetto ante-litteram. Non conosciamo la produzione originale del 1985, creata dal regista Franco Passatore e interpretato da un Latella diciottenne, ma doveva essere un capolavoro. Questo per la proprietà transitiva, perché l’effetto suscitato dalla rilettura Latelliana è lo stesso del suo "Natale in casa Cupiello" di Eduardo visto recentemente, sempre al Carignano. Il signor Bonaventura infatti, più che degli antropofagi, si trova prigioniero di una messa in scena che mette a dura prova la resistenza del pubblico. La cifra registica del regista di Castellammare di Stabia sembra infatti la staticità: se tutto il primo atto del Natale era recitato col cast immobile rivolto al pubblico, qui Bonaventura è su una sedia a rotelle, per motivazioni profonde che sfuggono ai più. L'unica emozione che tocca lo spettatore è purtroppo la noia (tranne dalle parti delle poltrone occupate da alcuni critici teatrali avvezzi e affezionati alla sofferenza teatrale). Questo soprattutto per colpa dell’approccio musicale, una sorta di melologo a cappella (o quando va bene con sottofondo dissonante), che invece di alleggerire un racconto che potrebbe pure riuscire (non sia mai!) appetibile per il pubblico dalle famiglie, riesce nell'impresa di appesantirlo a dismisura. Complice la chiave narrativa basata su un racconto in terza persona impossibile da seguire (sfido chiunque a raccontare la trama) anche perché slegato da qualsivoglia collegamento immediato con l'apparato visivo, peraltro variopinto, gradevole e fantasioso (scene di Giuseppe Stellato e costumi di Graziella Pepe). Difficile farsi un’idea del livello qualitativo del cast, costretto dal minimalismo di Latella a non tirare fuori qualità degne di nota. Li citiamo tutti comunque per rispetto: Michele Andrei, Caterina Carpio, Leonardo Lidi, Francesco Manetti, Barbara Mattavelli, Marta Pizzigallo, Alessio Maria Romano, Isacco Venturini. Tirando le somme possiamo dire che nello sforzo di non essere commerciali si sforna un prodotto che lascia più che altro indifferenti. E sì che gli ingredienti c’erano tutti: un personaggio ancora vivo nei ricordi d'infanzia dei nonni di oggi, che avrebbero potuto trascinare figli e nipoti a riscoprirlo; la possibilità di fare concorrenza a Disney & C. con uno spettacolo musicale tutto italiano; la possibilità di riascoltare musiche di un maestro come Nino Rota (rese inascoltabili dall'esecuzione di Franco Visioli) e di riscoprire un genio della narrativa come 'Sto' (relegato ormai alle definizioni dei cruciverba). Ma si sa che le parole “popolare” e “commerciale” sono rigettate come parolacce oscene dalla sopravvalutata intellighenzia teatrale italiana. E i risultati – purtroppo – sono sotto gli occhi di tutti.
Franco Travaglio



giovedì 20 giugno 2019

SPRING AWAKENING e CHICAGO a Bologna

A Summer Musical Festival, la rassegna di musical organizzata a Bologna dalla Bernstein School of Musical Theater, diretta da Shawna Farrell è giunta alla settima edizione, consolidando l’eccellenza e l’importanza di una manifestazione del genere per gli appassionati e gli addetti ai lavori. Questa rassegna è da una parte una prestigiosa vetrina per i giovani allievi che hanno l’opportunità di mettere in mostra il loro talento e il frutto del percorso di studi intrapreso, dall'altra offre al team creativo degli spettacoli di sperimentare fuori da logiche di mercato. I primi due appuntamenti in programma lo scorso maggio sono andati in scena al Teatro Duse.


Il primo spettacolo proposto è stato SPRING AWAKENING. La vittoria di otto premi Tony, tra i quali miglior musical e migliore regia, è stata la definitiva consacrazione internazionale per questo spettacolo, folgorante adattamento del celebre "Risveglio di Primavera" di Franz Wedekind, che è diventato uno degli spettacoli cult di Broadway sull'onda di un travolgente successo di critica e di pubblico. Il motivo principale di questa irresistibile ventata di freschezza sui palcoscenici di New York di uno spettacolo davvero nuovo e ambizioso anche se imperfetto, è forse dovuto al fatto che gli autori (musica seducente e malinconica del cantautore pop Duncan Sheik, liriche e libretto di Steven Sater) non hanno trasferito la vicenda di Wedekind riguardo i piaceri e i pericoli delle tempeste ormonali della pubertà in una scuola media suburbana americana, come ci si potrebbe aspettare, ma l’hanno lasciata nel proprio contesto originale veicolandola però (e qui sta la genialità) di un linguaggio appropriato per riportare alla nostra quotidianità i tormenti degli adolescenti, ossia un indie-rock dal fortissimo impatto che esalta l'assoluta mancanza di convenzionalità e l'empatia con cui l'autore era riuscito ad identificarsi con gli aneliti e gli spasmi dei giovani di allora: i due giovani sacrificati sull'altare del decoro quali Moritz (un sicuro e tormentato Alessio AntelmiWandla (la delicata e bravissima Claudia Luzzi– il primo suicida per la vergogna di fantasie sessuali e brutti voti, la seconda vittima di un aborto fallito  insieme alla condanna al riformatorio di Melchior (l’ottimo e carismatico Michele Anastasi) suscitano oggi la stessa pietà e commozione, come l'amore omosessuale tra Hanschen ed Ernst (Paride Scocco e Pietro Galetta), e la violenza che Martha (una straziante e comunicativa Pamela Giannini) subisce dal proprio padre.
Nonostante l'Arte e l'integrità di gran parte del loro lavoro, il musical di Sheik e Sater cade in alcune tra le solite trappole che accompagnano i tentativi di tradurre un'opera d'arte da un contesto all'altro. Tende a semplificare le trame emozionali nel dramma. Tutti i ruoli per adulti sono interpretati da due attori, ad esempio, che indirizza il dramma troppo saldamente nella direzione di un racconto standard di conflitto generazionale tra autorità collettiva ed espressione individuale. L'esempio classico arriva quando Melchior viene trascinato davanti ai direttori della scuola per riferire informazioni sui fatti accaduti: qui canta una canzone ("Totally Fucked") forse un po' ruffiana, che diventa un grido di protesta radicale e applauditissimo. Nel dramma di Wedekind, i giovani sono impotenti di fronte alla barbarie degli adulti: qui hanno il potere della musica - il che è evidentemente buono in linea di principio per un musical, ma rischia di "uccidere" la tragedia.


Come in RENT, il musical racconta le speranze, i sogni, i tormenti di un gruppo di giovani destinati a soccombere di fronte alla vita, che tuttavia combattono sino in fondo per i propri ideali. E se RENT reinventava la Bohème nel Lower East Side di New York, SPRING AWAKENING colloca le vicende degli eroi di Wedekind in una metropoli senza una esatta definizione, ma con riferimenti sia all'epoca del dramma originale che ai nostri giorni, conquistando il pubblico giovanile che si identifica totalmente con quelle battaglie, quei sogni e quelle frustrazioni. 
La regia di Mauro Simone, appassionante ed ispirata, ne esalta le speranze e le contraddizioni: la vita, per dirla con il titolo della canzone più celebre, è sempre «stronza», ma guai a non viverla sino in fondo.  Mauro Simone ci ha abituato a regie che partano da un concetto visivo ben preciso e in questo caso troviamo (le scene sono di Gabriele Moreschi sapientemente illuminate da Emanuele Agliati) una parete di finestre di diverse forme, stili e dimensioni e con una porta: per lui, ieri come ancora oggi, Melchior, Wendla, Moritz, Hanschen, Ernst e Martha nel momento in cui scoprono la propria sessualità e si lasciano travolgere dal desiderio temono il giudizio di chi li sorveglia da fuori le finestre («chissà cosa penseranno di me») ma allo stesso tempo, i loro gesti hanno la purezza di chi non rinuncia a sognare e di affacciarsi e guardare oltre quelle finestre. 
Questo SPRING AWAKENING racconta tutto ciò intrecciando eros e thanatos, speranza e delusione, solidarietà e tradimento grazie anche alla accurata direzione musicale di Vincenzo Li Causi (la parte corale degli spettacoli della BSMT sono come al solito una garanzia) e alle belle e suggestive coreografie di Giorgio Camandona (davvero una piacevole scoperta), movimenti mai banali ma di supporto all'azione scenica, grazie anche all'aiuto di una serie di sedie, con dei fari LED attaccati sotto la seduta, spostati e agitati dai giovani attori a suggerire a volte un senso di ordine/costrizione e altre una voglia di emanciparsi da un’educazione/istituzione bigotta e repressiva per far emergere il pensiero interiore dei ragazzi.
Impressa nella memoria rimane la felice sensazione di aver assistito a qualcosa di insolito e di ambizioso, qualcosa di vitale, nuovo e – soprattutto – terribilmente vero. E l’energia che nasce dalla Verità è sempre quella più genuina, ed il pubblico del Duse risponde con entusiasmo alla celebrazione commossa dell'eterna fragilità della condizione umana.


Il secondo appuntamento è con CHICAGO. La rilettura del regista Saverio Marconi, che confeziona il tutto con mano sicura ed esperta, attinge al celeberrimo film di Rob Marshall – dove ogni numero musicale è la proiezione fantastica della storia "reale" – e allo spettacolo teatrale di Broadway di 23 anni fa, tanto essenziale quanto icona di eleganza e raffinatezza, per trovare una sua via in un nostalgico viaggio nel genere vaudeville, tra danza, musica e recitazione, con una orchestra dal vivo brillantemente diretta da Maria Galantino, che fa rivivere la variegata musica che va da pezzi di potentissimo jazz all’aria d’opera, passando per il rag.
Questo "giocare al vaudeville" ci ricorda quanto CHICAGO sia espressione della gioia di sedurre un pubblico che va a teatro, soprattutto, per essere sedotto; per esaltare tutto ciò ogni numero (e la maggior parte di loro sono ostentatori) è spiritosamente introdotto da un manifesto mobile portato da un "Presentatore", e pare brillare di una dichiarazione implicita e irresistibilmente arrogante del tipo: «Guardami. Quello che sto per fare sarà fantastico, e tu amerai ogni secondo di esso» perché, come scriveva il critico del New York Times: «The America portrayed onstage may be a vision of hell, but the way it's being presented flies us right into musical heaven».


Sinceri applausi a tutti i meravigliosi interpreti di questa storia di «omicidio, avidità, corruzione, violenza, sfruttamento, adulterio e tradimento», mi preme ricordare Tiziana Salerno, perfetta voce da soprano che si ritaglia un bel momento di teatro con la sua sciocca giornalista che crede alla bontà delle persone; Federica Rini presta la sua magnifica voce alla matrona carceriera Mama Morton sempre in cerca di prede; Matteo Francia, che balla e canta benissimo, – ferma lo spettacolo con la sua voce da crooner vellutato – sopperisce alla mancanza di un fascino maturo, vista la giovane età, conferendo al suo cinico avvocato mascalzonaggine con straordinaria simpatia; lodi a Pierluigi Cocciolito che stravince nel suo triste Mr. Cellophane (semplicemente geniale la trovata di Marconi!), autoritratto dell'ignorato e tradito marito dell'assassina principale: Roxie Hart. Roxy è Elisa Gobbi, piccola, bionda, nervosa: un cartone animato sexy dai tempi comici perfetti e irresistibili; Alice Luterotti è Velma, alta, bruna, aggressiva, una fascinosa amazzone. Giovanissime e superbamente preparate entrambe, ballerine acrobatiche, cantanti ricche di verve, attrici piene di umorismo, sensuali ciascuna a suo modo, insieme formano una coppia superlativa; non capita spesso di vedere due così, oltretutto in gara continua per superarsi a vicenda in una vincente alchimia.
Graditissima rivelazione della serata il giovanissimo Tommaso Perazzoli, il Vaudeville Dancer, semplicemente pazzesco: fa venire subito giù il teatro durante l’overture che introduce "All That Jazz" con un assolo di tap memorabile! E qui occorre ricordare l’ingegno di Gillian Bruce, oggi davvero la numero uno in Italia per l’estro creativo che mette nei suoi lavori: in questa occasione ci mostra davvero un manuale di danza che seppur omaggiando Bob Fosse, il cui fantasma aleggia sempre in uno spettacolo del genere, ha saputo reinventare molti numeri in maniera davvero sensazionale, tra citazioni e contaminazioni! Come al solito la marcia in più degli spettacoli della BSMT sono i cori sotto la rigorosa direzione musicale di Shawna Farrell. Nota di merito alle scene di Gabriele Moreschi sapientemente animate dall'ormai esperta e sofisticata illuminazione, stavolta sospesa tra il varietà e uno stile "noir", di Emanuele Agliati.
Come molti sanno, il primo allestimento di  CHICAGO è contemporaneo di A CHORUS LINE (1975), spettacolo che ha lanciato in Italia la Compagnia della Rancia, e nel finalissimo di questo CHICAGO Saverio Marconi lo omaggia citandolo spiritosamente (Roxy e Velma simbolicamente unite come due vedette ai ballerini di fila di A CHORUS LINE). Ultima considerazione: Marconi è sempre a suo agio con i musical di Kander and Ebb… spigolosi, scomodi, erotici, cinici, divertenti e, diciamolo, pure glamour. Con il suo cupo e violento CABARET del 2015 Marconi ci ricordava quanto la parola più bella (willkommen, bienvenue, welcome) sia di questi tempi la più dimenticata; oggi con questo CHICAGO, dove tutto il mondo è una truffa e lo show-business è la più grande truffa di tutti («fintantoché li disorienti, non fanno caso a quanto menti», dice una battuta del brano "Razzle Dazzle"), ci mostra con humour come questo show sia stato così preveggente sulla giustizia spettacolo e il ruolo dei media e – ahimè – ancora tristemente attuale.

Alessandro Caria