mercoledì 12 febbraio 2020

LO SKIANTO DI UN’ANIMA ESCLUSA


Per il cartellone dello Stabile di Torino Filippo Timi presenta un toccante e immaginifico monologo sulla disabilità.




Difficile dare una definizione di Skianto, l’ultima fatica dell’attore, autore e regista Filippo Timi, visto alle Fonderie Limone di Moncalieri all’interno del cartellone del Teatro Stabile di Torino. Tra il monologo alla Carmelo Bene, il musical surreale alla Roberta Torre, il contenitore multimediale, l’atto unico si dipana a strattoni e nonostante la durata non eccessiva in molti momenti necessiterebbe di una maggiore cura del ritmo teatrale.
A salvare comunque lo spettacolo è l’interpretazione intensa di Timi, che, sorta di Pinocchio moderno col caschetto, parte in pigiama fluttuando su una cyclette, poi ancheggia da Elvis immaginifico e variopinto, per finire cavalcando da unicorno in peluche.
Il tutto per illustrare le molteplice personalità ambite e nascoste di un ragazzo afasico ma impaziente di distruggere il muro che la disabilità ha posto tra lui e la vita, l’amore, la felicità, la normalità.



Timi, che a volte rompe la quarta parete conversando col pubblico, racconta in dialetto umbro i pensieri più profondi di quest’anima esclusa, quasi a sottolineare che né il pietismo né il buonismo, né l’approccio scientifico o psicologico sono adeguati a capire il dramma interiore di chi ha appiccicato da sempre su di sé il marchio della diversità. L’unica soluzione è capirne l’umanità, scoprirne la disarmante tenerezza e tentare di rispondere alla domanda di affetto e accettazione. Tutti i colori, gli effetti (luci di Gigi Saccomandi, costumi di Fabio Zambernardi), i travestimenti di Skianto (che non a caso ha lo stesso titolo di una trasmissione RAI in cui Timi rievocherà le canzoni di Sanremo e i grandi show del sabato sera) servono a dipingere la ricchezza di un mondo interiore che difficilmente riusciamo a cogliere fermandoci alla superficie della disabilità. Come se fossimo noi, per citare il titolo, a schiantarci contro quel muro.



Meno riusciti i momenti che si alternano alle performance di Timi, le canzoni dell’attore-cantante Salvatore Langella e soprattutto i filmati di gattini, i fotomontaggi e le pubblicità grottesche, materiale tratto dal web di tanto in tanto proiettato in proscenio come siparietto. Hanno il sapore di riempitivi e non completano in maniera omogenea e coerente la messa in scena, pur strappando più di una risata. Servirebbe un aggancio: sono il passatempo del protagonista, un’altra proiezione del suo io creativo, un completamento del suo mondo vagamente freak e volutamente pacchiano?
Rimane il dubbio, ma forse non è del tutto involontaria in un’opera di chiara matrice poetica la volontà di lasciare al pubblico una parte delle risposte, nel tentativo comunque riuscito di trattare in maniera nuova e spettacolare una tematica difficile e spesso affrontata con superficialità.
Franco Travaglio


lunedì 1 luglio 2019

Bonaventura prigioniero nell'isola di Latella


Ha debuttato lo scorso 28 maggio in prima nazionale al Teatro Carignano “L’isola dei pappagalli con Bonaventura prigioniero degli antropofagi” di Sergio Tofano e Nino Rota,
nuova produzione del Teatro Stabile di Torino con la regia di Antonio Latella.
Si tratta di una rivisitazione della commedia musicale con al centro il personaggio simbolo del Corriere dei Piccoli, con l'iconico “milione”, le storiche illustrazioni, e le caratteristiche didascalie in rima, un sorta di fumetto ante-litteram. Non conosciamo la produzione originale del 1985, creata dal regista Franco Passatore e interpretato da un Latella diciottenne, ma doveva essere un capolavoro. Questo per la proprietà transitiva, perché l’effetto suscitato dalla rilettura Latelliana è lo stesso del suo "Natale in casa Cupiello" di Eduardo visto recentemente, sempre al Carignano. Il signor Bonaventura infatti, più che degli antropofagi, si trova prigioniero di una messa in scena che mette a dura prova la resistenza del pubblico. La cifra registica del regista di Castellammare di Stabia sembra infatti la staticità: se tutto il primo atto del Natale era recitato col cast immobile rivolto al pubblico, qui Bonaventura è su una sedia a rotelle, per motivazioni profonde che sfuggono ai più. L'unica emozione che tocca lo spettatore è purtroppo la noia (tranne dalle parti delle poltrone occupate da alcuni critici teatrali avvezzi e affezionati alla sofferenza teatrale). Questo soprattutto per colpa dell’approccio musicale, una sorta di melologo a cappella (o quando va bene con sottofondo dissonante), che invece di alleggerire un racconto che potrebbe pure riuscire (non sia mai!) appetibile per il pubblico dalle famiglie, riesce nell'impresa di appesantirlo a dismisura. Complice la chiave narrativa basata su un racconto in terza persona impossibile da seguire (sfido chiunque a raccontare la trama) anche perché slegato da qualsivoglia collegamento immediato con l'apparato visivo, peraltro variopinto, gradevole e fantasioso (scene di Giuseppe Stellato e costumi di Graziella Pepe). Difficile farsi un’idea del livello qualitativo del cast, costretto dal minimalismo di Latella a non tirare fuori qualità degne di nota. Li citiamo tutti comunque per rispetto: Michele Andrei, Caterina Carpio, Leonardo Lidi, Francesco Manetti, Barbara Mattavelli, Marta Pizzigallo, Alessio Maria Romano, Isacco Venturini. Tirando le somme possiamo dire che nello sforzo di non essere commerciali si sforna un prodotto che lascia più che altro indifferenti. E sì che gli ingredienti c’erano tutti: un personaggio ancora vivo nei ricordi d'infanzia dei nonni di oggi, che avrebbero potuto trascinare figli e nipoti a riscoprirlo; la possibilità di fare concorrenza a Disney & C. con uno spettacolo musicale tutto italiano; la possibilità di riascoltare musiche di un maestro come Nino Rota (rese inascoltabili dall'esecuzione di Franco Visioli) e di riscoprire un genio della narrativa come 'Sto' (relegato ormai alle definizioni dei cruciverba). Ma si sa che le parole “popolare” e “commerciale” sono rigettate come parolacce oscene dalla sopravvalutata intellighenzia teatrale italiana. E i risultati – purtroppo – sono sotto gli occhi di tutti.
Franco Travaglio



giovedì 20 giugno 2019

SPRING AWAKENING e CHICAGO a Bologna

A Summer Musical Festival, la rassegna di musical organizzata a Bologna dalla Bernstein School of Musical Theater, diretta da Shawna Farrell è giunta alla settima edizione, consolidando l’eccellenza e l’importanza di una manifestazione del genere per gli appassionati e gli addetti ai lavori. Questa rassegna è da una parte una prestigiosa vetrina per i giovani allievi che hanno l’opportunità di mettere in mostra il loro talento e il frutto del percorso di studi intrapreso, dall'altra offre al team creativo degli spettacoli di sperimentare fuori da logiche di mercato. I primi due appuntamenti in programma lo scorso maggio sono andati in scena al Teatro Duse.


Il primo spettacolo proposto è stato SPRING AWAKENING. La vittoria di otto premi Tony, tra i quali miglior musical e migliore regia, è stata la definitiva consacrazione internazionale per questo spettacolo, folgorante adattamento del celebre "Risveglio di Primavera" di Franz Wedekind, che è diventato uno degli spettacoli cult di Broadway sull'onda di un travolgente successo di critica e di pubblico. Il motivo principale di questa irresistibile ventata di freschezza sui palcoscenici di New York di uno spettacolo davvero nuovo e ambizioso anche se imperfetto, è forse dovuto al fatto che gli autori (musica seducente e malinconica del cantautore pop Duncan Sheik, liriche e libretto di Steven Sater) non hanno trasferito la vicenda di Wedekind riguardo i piaceri e i pericoli delle tempeste ormonali della pubertà in una scuola media suburbana americana, come ci si potrebbe aspettare, ma l’hanno lasciata nel proprio contesto originale veicolandola però (e qui sta la genialità) di un linguaggio appropriato per riportare alla nostra quotidianità i tormenti degli adolescenti, ossia un indie-rock dal fortissimo impatto che esalta l'assoluta mancanza di convenzionalità e l'empatia con cui l'autore era riuscito ad identificarsi con gli aneliti e gli spasmi dei giovani di allora: i due giovani sacrificati sull'altare del decoro quali Moritz (un sicuro e tormentato Alessio AntelmiWandla (la delicata e bravissima Claudia Luzzi– il primo suicida per la vergogna di fantasie sessuali e brutti voti, la seconda vittima di un aborto fallito  insieme alla condanna al riformatorio di Melchior (l’ottimo e carismatico Michele Anastasi) suscitano oggi la stessa pietà e commozione, come l'amore omosessuale tra Hanschen ed Ernst (Paride Scocco e Pietro Galetta), e la violenza che Martha (una straziante e comunicativa Pamela Giannini) subisce dal proprio padre.
Nonostante l'Arte e l'integrità di gran parte del loro lavoro, il musical di Sheik e Sater cade in alcune tra le solite trappole che accompagnano i tentativi di tradurre un'opera d'arte da un contesto all'altro. Tende a semplificare le trame emozionali nel dramma. Tutti i ruoli per adulti sono interpretati da due attori, ad esempio, che indirizza il dramma troppo saldamente nella direzione di un racconto standard di conflitto generazionale tra autorità collettiva ed espressione individuale. L'esempio classico arriva quando Melchior viene trascinato davanti ai direttori della scuola per riferire informazioni sui fatti accaduti: qui canta una canzone ("Totally Fucked") forse un po' ruffiana, che diventa un grido di protesta radicale e applauditissimo. Nel dramma di Wedekind, i giovani sono impotenti di fronte alla barbarie degli adulti: qui hanno il potere della musica - il che è evidentemente buono in linea di principio per un musical, ma rischia di "uccidere" la tragedia.


Come in RENT, il musical racconta le speranze, i sogni, i tormenti di un gruppo di giovani destinati a soccombere di fronte alla vita, che tuttavia combattono sino in fondo per i propri ideali. E se RENT reinventava la Bohème nel Lower East Side di New York, SPRING AWAKENING colloca le vicende degli eroi di Wedekind in una metropoli senza una esatta definizione, ma con riferimenti sia all'epoca del dramma originale che ai nostri giorni, conquistando il pubblico giovanile che si identifica totalmente con quelle battaglie, quei sogni e quelle frustrazioni. 
La regia di Mauro Simone, appassionante ed ispirata, ne esalta le speranze e le contraddizioni: la vita, per dirla con il titolo della canzone più celebre, è sempre «stronza», ma guai a non viverla sino in fondo.  Mauro Simone ci ha abituato a regie che partano da un concetto visivo ben preciso e in questo caso troviamo (le scene sono di Gabriele Moreschi sapientemente illuminate da Emanuele Agliati) una parete di finestre di diverse forme, stili e dimensioni e con una porta: per lui, ieri come ancora oggi, Melchior, Wendla, Moritz, Hanschen, Ernst e Martha nel momento in cui scoprono la propria sessualità e si lasciano travolgere dal desiderio temono il giudizio di chi li sorveglia da fuori le finestre («chissà cosa penseranno di me») ma allo stesso tempo, i loro gesti hanno la purezza di chi non rinuncia a sognare e di affacciarsi e guardare oltre quelle finestre. 
Questo SPRING AWAKENING racconta tutto ciò intrecciando eros e thanatos, speranza e delusione, solidarietà e tradimento grazie anche alla accurata direzione musicale di Vincenzo Li Causi (la parte corale degli spettacoli della BSMT sono come al solito una garanzia) e alle belle e suggestive coreografie di Giorgio Camandona (davvero una piacevole scoperta), movimenti mai banali ma di supporto all'azione scenica, grazie anche all'aiuto di una serie di sedie, con dei fari LED attaccati sotto la seduta, spostati e agitati dai giovani attori a suggerire a volte un senso di ordine/costrizione e altre una voglia di emanciparsi da un’educazione/istituzione bigotta e repressiva per far emergere il pensiero interiore dei ragazzi.
Impressa nella memoria rimane la felice sensazione di aver assistito a qualcosa di insolito e di ambizioso, qualcosa di vitale, nuovo e – soprattutto – terribilmente vero. E l’energia che nasce dalla Verità è sempre quella più genuina, ed il pubblico del Duse risponde con entusiasmo alla celebrazione commossa dell'eterna fragilità della condizione umana.


Il secondo appuntamento è con CHICAGO. La rilettura del regista Saverio Marconi, che confeziona il tutto con mano sicura ed esperta, attinge al celeberrimo film di Rob Marshall – dove ogni numero musicale è la proiezione fantastica della storia "reale" – e allo spettacolo teatrale di Broadway di 23 anni fa, tanto essenziale quanto icona di eleganza e raffinatezza, per trovare una sua via in un nostalgico viaggio nel genere vaudeville, tra danza, musica e recitazione, con una orchestra dal vivo brillantemente diretta da Maria Galantino, che fa rivivere la variegata musica che va da pezzi di potentissimo jazz all’aria d’opera, passando per il rag.
Questo "giocare al vaudeville" ci ricorda quanto CHICAGO sia espressione della gioia di sedurre un pubblico che va a teatro, soprattutto, per essere sedotto; per esaltare tutto ciò ogni numero (e la maggior parte di loro sono ostentatori) è spiritosamente introdotto da un manifesto mobile portato da un "Presentatore", e pare brillare di una dichiarazione implicita e irresistibilmente arrogante del tipo: «Guardami. Quello che sto per fare sarà fantastico, e tu amerai ogni secondo di esso» perché, come scriveva il critico del New York Times: «The America portrayed onstage may be a vision of hell, but the way it's being presented flies us right into musical heaven».


Sinceri applausi a tutti i meravigliosi interpreti di questa storia di «omicidio, avidità, corruzione, violenza, sfruttamento, adulterio e tradimento», mi preme ricordare Tiziana Salerno, perfetta voce da soprano che si ritaglia un bel momento di teatro con la sua sciocca giornalista che crede alla bontà delle persone; Federica Rini presta la sua magnifica voce alla matrona carceriera Mama Morton sempre in cerca di prede; Matteo Francia, che balla e canta benissimo, – ferma lo spettacolo con la sua voce da crooner vellutato – sopperisce alla mancanza di un fascino maturo, vista la giovane età, conferendo al suo cinico avvocato mascalzonaggine con straordinaria simpatia; lodi a Pierluigi Cocciolito che stravince nel suo triste Mr. Cellophane (semplicemente geniale la trovata di Marconi!), autoritratto dell'ignorato e tradito marito dell'assassina principale: Roxie Hart. Roxy è Elisa Gobbi, piccola, bionda, nervosa: un cartone animato sexy dai tempi comici perfetti e irresistibili; Alice Luterotti è Velma, alta, bruna, aggressiva, una fascinosa amazzone. Giovanissime e superbamente preparate entrambe, ballerine acrobatiche, cantanti ricche di verve, attrici piene di umorismo, sensuali ciascuna a suo modo, insieme formano una coppia superlativa; non capita spesso di vedere due così, oltretutto in gara continua per superarsi a vicenda in una vincente alchimia.
Graditissima rivelazione della serata il giovanissimo Tommaso Perazzoli, il Vaudeville Dancer, semplicemente pazzesco: fa venire subito giù il teatro durante l’overture che introduce "All That Jazz" con un assolo di tap memorabile! E qui occorre ricordare l’ingegno di Gillian Bruce, oggi davvero la numero uno in Italia per l’estro creativo che mette nei suoi lavori: in questa occasione ci mostra davvero un manuale di danza che seppur omaggiando Bob Fosse, il cui fantasma aleggia sempre in uno spettacolo del genere, ha saputo reinventare molti numeri in maniera davvero sensazionale, tra citazioni e contaminazioni! Come al solito la marcia in più degli spettacoli della BSMT sono i cori sotto la rigorosa direzione musicale di Shawna Farrell. Nota di merito alle scene di Gabriele Moreschi sapientemente animate dall'ormai esperta e sofisticata illuminazione, stavolta sospesa tra il varietà e uno stile "noir", di Emanuele Agliati.
Come molti sanno, il primo allestimento di  CHICAGO è contemporaneo di A CHORUS LINE (1975), spettacolo che ha lanciato in Italia la Compagnia della Rancia, e nel finalissimo di questo CHICAGO Saverio Marconi lo omaggia citandolo spiritosamente (Roxy e Velma simbolicamente unite come due vedette ai ballerini di fila di A CHORUS LINE). Ultima considerazione: Marconi è sempre a suo agio con i musical di Kander and Ebb… spigolosi, scomodi, erotici, cinici, divertenti e, diciamolo, pure glamour. Con il suo cupo e violento CABARET del 2015 Marconi ci ricordava quanto la parola più bella (willkommen, bienvenue, welcome) sia di questi tempi la più dimenticata; oggi con questo CHICAGO, dove tutto il mondo è una truffa e lo show-business è la più grande truffa di tutti («fintantoché li disorienti, non fanno caso a quanto menti», dice una battuta del brano "Razzle Dazzle"), ci mostra con humour come questo show sia stato così preveggente sulla giustizia spettacolo e il ruolo dei media e – ahimè – ancora tristemente attuale.

Alessandro Caria

lunedì 15 aprile 2019

AMORE E MORTE TRA DRAMMA E COMMEDIA


Al Carlo Felice di Genova convincono “Rapsodia Satanica” musicato da Mascagni, e Gianni Schicchi di Puccini, in sostituzione del rimandato Sunset Boulevard.


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Il cinema muto, melodie pucciniane, l’eterno binomio amore-morte, un triangolo amoroso, la chimera dell’eterna giovinezza. Avrebbero dovuto essere gli ingredienti della prima nazionale (dopo il tour inglese visto a Trieste) di "Sunset Boulevard" di Andrew Lloyd Webber, con cui l’illuminato ente lirico Carlo Felice di Genova avrebbe dovuto proseguire nel percorso di apertura verso il musical che l'ha visto coprodurre e ospitare titoli anglosassoni ma ‘made in Italy’ come "West Side Story", "Americano a Parigi", "Flashdance". Purtroppo Sunset è stato rimandato alla prossima stagione, ma il teatro è riuscito a restituire i medesimi ingredienti in una interessante serata teatral-cinematografica in scena dal 12 al 14 aprile scorsi.
La prima parte era dedicata alla proiezione di “Rapsodia Satanica”, pietra miliare del cinema muto italiano, accompagnata dalla preziosa e romantica colonna sonora di Pietro Mascagni eseguita dall’Orchestra del Carlo Felice, diretta con trasporto da Valerio Galli.


Diretto da Nino Oxilia, il film è costruito intorno alla sensuale e misteriosa Contessa Alba D’Oltrevita, interpretata dalla star dell’epoca Lyda Borelli. Nel Prologo la vediamo anziana guardare con languido rimpianto alla giovinezza perduta, tanto da scendere a patti con Mefistofele in persona (il beffardo e grandguignolesco Ugo Bazzini). Il demone la invita a rinnegare l’amore, e lei si ritrova per magia fanciulla e contesa tra due fratelli. Mentre flirta con Tristano, Sergio si innamora perdutamente di lei e minaccia di suicidarsi se non sarà ricambiato. Alba, trasformata dal faustiano accordo satanico in sprezzante belle dame sans merci ignorerà il suo amore. Ma quando il giovane andrà tragicamente in fondo al suo proposito la donna sarà sconvolta al punto da rinnegare la promessa di non amare più, e di far entrare nella sua villa Tristano. Si accorgerà troppo tardi di aver accolto tra le sue braccia nient’altro che Mefistofele, che in un sol colpo le toglierà giovinezza e vita, pronto a conquistare una nuova anima. Una parabola enfatica, insomma, dell’amore come essenza identitaria dell’essere umano, in una pellicola ancora fruibile anche grazie al restauro a cura della Cineteca di Bologna. Di forte simbolismo la scena in cui l’effige della diva Borelli è moltiplicata in svariati riflessi di specchi, proprio quando si accorge di quanto sia vacua e disumana un’eterna giovinezza che non si faccia consumare dalla fiamma del vero amore.


Molto più leggero, e quindi fresco e godibile, il secondo atto tutto pucciniano, un Gianni Schicchi gioioso e giocoso, sempre diretto con brio da Galli con la regia divertente e divertita di Rolando Panerai, i costumi disneyani ma d’epoca di Vivien A. Hewitt e le scene suggestive e funzionali di Enrico Musenich.
Tratto da un passo della Divina Commedia (Inferno, Canto XXX) è una godibile commedia di astuzie, baruffe e avidità familiari con al centro il testamento del defunto Buoso Donati, che lascia tutti i suoi averi a un convento, e i suoi eredi a bocca asciutta. Almeno fino all’intervento dello scaltro Schicchi (un Federico Longhi gigione e intenso), che per favorire il matrimonio della figlia Lauretta col mancato erede Rinuccio si sostituisce alla salma per dettare nuove volontà che stavolta favoriscano il parentado. 


Ma nella miglior tradizione dei trompeur trompée, Gianni riserverà per sé stesso (e quindi per figlia e futuro genero) la parte più sostanziosa degli averi, moltiplicando al cubo la beffa quando, lui componente della 'gente nova', caccerà di casa il lignaggio dei presuntuosi Donati. Si sa che nobiltà non fa necessariamente rima con furbizia, e la lotta di classe sui generis si concluderà con un lieto fine a premiare la macchinazione paterna e l’insistenza della figlia innamorata (la bellissima voce di Serena Gamberoni), modulata dall’incanto de “O mio babbino caro”. Perché in questo atto unico Puccini è geniale nell’alternare momenti di irresistibile drammaturgia comica a arie impreziosite da melodie di impareggiabile dolcezza. Memorabile la scena in cui Schicchi farcisce le ultimissime volontà di Buoso con brandelli dell’arioso “Addio Firenze”, qui ripreso a mo’ di minaccia per i Donati, ricordando l’esilio e la mutilazione riservate a chi contraffaceva testamenti: “I mulini di Signa (addio, Firenze!)/li lascio al caro (addio, cielo divino!)/affezionato amico... Gianni Schicchi!/(E ti saluto con questo mancherino!)“. 
Per le melodie lloydwebberiane di Sunset Boulevard ci sarà tempo la prossima stagione, intanto ci siamo goduti una ricca serata di cinema e teatro musicale.

Franco Travaglio