lunedì 15 aprile 2019

AMORE E MORTE TRA DRAMMA E COMMEDIA


Al Carlo Felice di Genova convincono “Rapsodia Satanica” musicato da Mascagni, e Gianni Schicchi di Puccini, in sostituzione del rimandato Sunset Boulevard.


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Il cinema muto, melodie pucciniane, l’eterno binomio amore-morte, un triangolo amoroso, la chimera dell’eterna giovinezza. Avrebbero dovuto essere gli ingredienti della prima nazionale (dopo il tour inglese visto a Trieste) di "Sunset Boulevard" di Andrew Lloyd Webber, con cui l’illuminato ente lirico Carlo Felice di Genova avrebbe dovuto proseguire nel percorso di apertura verso il musical che l'ha visto coprodurre e ospitare titoli anglosassoni ma ‘made in Italy’ come "West Side Story", "Americano a Parigi", "Flashdance". Purtroppo Sunset è stato rimandato alla prossima stagione, ma il teatro è riuscito a restituire i medesimi ingredienti in una interessante serata teatral-cinematografica in scena dal 12 al 14 aprile scorsi.
La prima parte era dedicata alla proiezione di “Rapsodia Satanica”, pietra miliare del cinema muto italiano, accompagnata dalla preziosa e romantica colonna sonora di Pietro Mascagni eseguita dall’Orchestra del Carlo Felice, diretta con trasporto da Valerio Galli.


Diretto da Nino Oxilia, il film è costruito intorno alla sensuale e misteriosa Contessa Alba D’Oltrevita, interpretata dalla star dell’epoca Lyda Borelli. Nel Prologo la vediamo anziana guardare con languido rimpianto alla giovinezza perduta, tanto da scendere a patti con Mefistofele in persona (il beffardo e grandguignolesco Ugo Bazzini). Il demone la invita a rinnegare l’amore, e lei si ritrova per magia fanciulla e contesa tra due fratelli. Mentre flirta con Tristano, Sergio si innamora perdutamente di lei e minaccia di suicidarsi se non sarà ricambiato. Alba, trasformata dal faustiano accordo satanico in sprezzante belle dame sans merci ignorerà il suo amore. Ma quando il giovane andrà tragicamente in fondo al suo proposito la donna sarà sconvolta al punto da rinnegare la promessa di non amare più, e di far entrare nella sua villa Tristano. Si accorgerà troppo tardi di aver accolto tra le sue braccia nient’altro che Mefistofele, che in un sol colpo le toglierà giovinezza e vita, pronto a conquistare una nuova anima. Una parabola enfatica, insomma, dell’amore come essenza identitaria dell’essere umano, in una pellicola ancora fruibile anche grazie al restauro a cura della Cineteca di Bologna. Di forte simbolismo la scena in cui l’effige della diva Borelli è moltiplicata in svariati riflessi di specchi, proprio quando si accorge di quanto sia vacua e disumana un’eterna giovinezza che non si faccia consumare dalla fiamma del vero amore.


Molto più leggero, e quindi fresco e godibile, il secondo atto tutto pucciniano, un Gianni Schicchi gioioso e giocoso, sempre diretto con brio da Galli con la regia divertente e divertita di Rolando Panerai, i costumi disneyani ma d’epoca di Vivien A. Hewitt e le scene suggestive e funzionali di Enrico Musenich.
Tratto da un passo della Divina Commedia (Inferno, Canto XXX) è una godibile commedia di astuzie, baruffe e avidità familiari con al centro il testamento del defunto Buoso Donati, che lascia tutti i suoi averi a un convento, e i suoi eredi a bocca asciutta. Almeno fino all’intervento dello scaltro Schicchi (un Federico Longhi gigione e intenso), che per favorire il matrimonio della figlia Lauretta col mancato erede Rinuccio si sostituisce alla salma per dettare nuove volontà che stavolta favoriscano il parentado. 


Ma nella miglior tradizione dei trompeur trompée, Gianni riserverà per sé stesso (e quindi per figlia e futuro genero) la parte più sostanziosa degli averi, moltiplicando al cubo la beffa quando, lui componente della 'gente nova', caccerà di casa il lignaggio dei presuntuosi Donati. Si sa che nobiltà non fa necessariamente rima con furbizia, e la lotta di classe sui generis si concluderà con un lieto fine a premiare la macchinazione paterna e l’insistenza della figlia innamorata (la bellissima voce di Serena Gamberoni), modulata dall’incanto de “O mio babbino caro”. Perché in questo atto unico Puccini è geniale nell’alternare momenti di irresistibile drammaturgia comica a arie impreziosite da melodie di impareggiabile dolcezza. Memorabile la scena in cui Schicchi farcisce le ultimissime volontà di Buoso con brandelli dell’arioso “Addio Firenze”, qui ripreso a mo’ di minaccia per i Donati, ricordando l’esilio e la mutilazione riservate a chi contraffaceva testamenti: “I mulini di Signa (addio, Firenze!)/li lascio al caro (addio, cielo divino!)/affezionato amico... Gianni Schicchi!/(E ti saluto con questo mancherino!)“. 
Per le melodie lloydwebberiane di Sunset Boulevard ci sarà tempo la prossima stagione, intanto ci siamo goduti una ricca serata di cinema e teatro musicale.

Franco Travaglio





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